Utopia o Ucronia
Nell'attuale dibattito su di un "new normal" post pandemia emergono orientamenti diversi. Ma quanto di davvero innovativo c'è in queste teorie futuribili, e quanto, invece è solo una "minestra riscaldata"? Qualche appunto sparso per riflettere.
Coniato nel 1516 da Tommaso Moro
che ne fece il titolo della sua opera più celebre, Utopia indica da quel
momento in poi uno scenario di perfezione sociale, proiettato nel futuro e/o in
un luogo immaginario, caratterizzato da elementi difficilmente realizzabili
nella realtà. Come dopo un secolo quasi esatto Tommaso Campanella con la sua
“Città del Sole”, le utopie nascono in momenti particolari della storia: se per
Moro l’utopia era un luogo nel quale immaginare qualcosa che fosse
diametralmente opposto al dispotismo di Enrico VIII (sotto il quale, tuttavia,
ricoprì diversi importanti incarichi), l’opera di Campanella vede la luce nel
travagliato periodo nel quale si affermava il potere delle Signorie nell’Italia
centro-settentrionale.
Nel senso comune l’utopia, oltre
ad essere situata in un luogo altro, un altrove idilliaco al riparo dalle
contingenze del qui e ora, è sempre intesa come una sorta di progetto volto al
futuro; anche nel caso in cui prevalga, in realtà, il tono polemico o l’intento
satirico.
Nella storia della filosofia si
possono, anche, trovare esempi di progetti utopici: la Repubblica di Platone,
un’utopia ante litteram, o più vicina a noi la società socialista tratteggiata
nel Capitale di Karl Marx. Non a caso ho citato queste due opere, sia per la
precisione con la quale viene disegnata la “società ideale”, specialmente
nell’opera di Platone, sia per l’intento realizzativo che ne permea
l’esposizione, questa volta nel Capitale di Marx. Inoltre, in modi diversi,
certo, ma anche qui risulta curiosa l’analogia, in entrambi i casi abbiamo
assistito al tentativo di mettere in pratica questi progetti: l’utopia esce
dall’utopia e tenta di entrare nel reale, nella storia.
Platone stesso tentò di
“trapiantare” ciò che aveva delineato nella pagina scritta nella realtà di
Siracusa, una prima volta nel 388 a.C. appoggiando il tentativo di colpo di
stato del nobile Dione ai danni di Dionigi I; una seconda volta nel 367 a.C.
nel tentativo, come secoli dopo avrebbe fatto Voltaire, di trasformare Dionigi
II in un despota filosofo. Come nel caso del suo ultimo viaggio a Siracusa nel
361 a.C., l’epilogo fu sempre lo stesso: una precipitosa fuga a conclusione del
fallimento dei suoi sforzi.
Nel caso di Marx le cose sono
andate diversamente, come ben sappiamo: l’esperimento prese forma nella Russia
ribellatasi allo Zar: non certo il genere di paese che si aspettava Marx, molto
probabilmente, e nemmeno auspicabile fu l’esito di questo moto rivoluzionario,
ovvero una dittatura che allungò i propri tentacoli sull’Europa orientale
persistendo per mezzo secolo.
Ma quanto in questi progetti
(utopici) c’era di innovativo e quanto, invece, rifletteva una visione spesso
idealizzata di un passato più o meno lontano?
Platone, in gioventù, aveva
guardato con interesse l’esperienza del governo dei cosiddetti Trenta tiranni
ad Atene, del quale faceva parte anche suo zio Crizia. Questo regime di stampo
oligarchico nasceva con lo scopo di ristabilire nella polis l’antica politéia,
gli antichi ordinamenti. È dunque evidente che alla base dell’iniziale
ammirazione di Platone ci fosse una visione idealizzata del passato politico
che, tuttavia, fu ben presto ridimensionata dagli atteggiamenti dispotici dei
Trenta e dalle violenze che ne furono una delle conseguenze. Quindi, quanto di
questo progetto, o meglio, dell’idealità che esso aveva ispirato, c’è nella sua
utopia di una repubblica dei filosofi?
Quanto a Marx, seguace, nel bene
e nel male, dell’idealismo di Hegel, è evidente anche qui un sentimento di
nostalgia nei confronti di un passato remoto ed idilliaco, uno stato di natura
protosocialista che il suo progetto politico appare voler ricreare; un Eden
collettivista come ritorno alle origini pure dell’umanità (poi abbiamo visto
come è andata a finire).
Lo stesso Campanella dimostra
nella sua opera di rimpiangere il Comune corporativo e l’armonia che
(idealmente) si respirava; Moro, invece, si crea un vero e proprio mondo
alternativo nel quale fuggire, un non luogo lontano dal dispotismo ed
improntato ad una personale interpretazione del principio di uguaglianza.
E qui arriviamo al cuore del
problema: possiamo considerare queste utopie, filosofiche e non, dei progetti
stilati per il futuro, o invece sono un’idealizzazione di un passato che, in
realtà mai è stato?
In un momento storico come quello
che stiamo vivendo, emerge il dibattito su come sarà il mondo “dopo”; e se, da
una parte, il tornare ad una normalità che assomigli il più possibile al “prima”
sia una tentazione diffusa in larga parte dell’opinione pubblica, dall’altra
ogni giorno aumenta la schiera di quanti cercano di disegnare una “nuova”
normalità.
Non mi soffermerò sulle singole
proposte e visioni; piuttosto mi sembra interessante soffermarmi sul metodo: se
la prima tendenza non merita di essere approfondita, in quanto convinta di una
continuità sostanziale fra il “prima” e il “dopo”, è invece interessante,
secondo me, analizzare il fondamento della seconda. Sempre più infatti prevale
la parola “ritorno”: ritorno al mondo pre-globalizzato, ritorno ad una
dimensione spirituale dell’esistenza, ad orizzonti più limitati e ristretti.
L’impressione, ad uno sguardo
superficiale al dibattito (nel nostro paese), è che più che ad un “new normal”
e ad alimentare un dibattito, anche filosofico, sul design di un nuovo mondo
sostenibile e ricco di opportunità, si
pensi a rispolverare un “buon tempo antico” che, in realtà, esiste solo nell’immaginazione
di chi, evidentemente, non ha la capacità di sognare il futuro.
E come Platone, Marx e Campanella
si cullano nei sogni di un passato che non è mai stato.
https://www.youtube.com/watch?v=OoejKG-cw8Y
https://www.youtube.com/watch?v=9KVGeY0zgms
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